Notizie da isole che nessuno sa dove siano

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imageDunque, sono seduta al bar dell’aeroporto di Vagar, Isole Fær Øer. Hanno nomi diversi nella lingua locale, o in danese o nelle altre lingue nordiche ma questa é la versione che preferisco perché ha tutte quelle lettere strambe che mi piacciono tanto. Era da più di vent’anni che desideravo venire qui, da quando alle medie avevo letto un articolo su una rivista di viaggi ed ero rimasta incantata dalle foto. Sicché eccomi qua. L’idea era di girarmele in bici, ma é un’impresa impossibile: sono isole vulcaniche, montuose, con chilometri e chilometri di nulla fra un centro abitato e l’altro. Come “centro abitato” si qualificano anche le case isolate, i fienili, le aggregazioni di più di cinque pecore; se sono tre pecore e due galline, va bene uguale. Gli unici alberi che ho visto erano nei giardini delle case, e non sembravano passarsela affatto bene: qui il clima é tremendo. Pensavo di aver visto il peggio in Islanda, ma almeno lì qualche giorno di sole l’ha fatto…qui, invece, mi sono beccata cinque giorni di vento gelido costante, abbinato a pioggia battente oppure neve, talvolta entrambe. Ma io, impavida e sprezzante della tormenta, ho girato lo stesso, intabarrata in cinque strati di vestiti, berretto e musica in cuffia. Giuro, non ho mai preso tanto freddo quanto in queste ultime tre settimane. Comunque ne é valsa la pena: le Fær Øer sono bellissime. Hanno fiordi profondissimi, scogliere di basalto a picco sul mare, tantissime cascate, casette rosse con il tetto ricoperto da zolle erbose (pare che siano ottime come isolante termico), manca solo di vedere uno hobbit che spunta all’improvviso. Ieri sono andata a piedi a un villaggio (ovvero: cinque case private, le rovine di una chiesa e una casa-museo senza custode: offerta libera da versare dentro una cassetta di legno), e anche lì pioggia, vento e neve. Ho camminato in mezzo alle pecore e a decine di agnellini, e alla fine di questa overdose di tenerezza ho avuto una crisi mistica e ho deciso che mai e poi mai più mangerò carne di agnello. Spero di non capitare mai nel mezzo di un giardino d’infanzia di maialini da latte, perché una vita senza costine di maiale sarebbe una cosa troppo triste.

imageHo girato un po’ per il villaggio, poi fortunatamente sono stata salvata dalla morte per congelamento da una coppia di anziani norvegesi che mi ha offerto un passaggio in macchina fino in città. Meno male che c’è ancora gente che si fida a dare passaggi agli estranei!
Ah una sera ho anche conosciuto un indigeno: un ragazzotto neanche brutto che è venuto ad approcciarmi al tavolo del ristorante di sushi dove stavo cenando. Avevo individuato quel ristorante mentre pianificavo il viaggio, lo scorso febbraio, perché reinventano il sushi in chiave faeroese con pesce locale freschissimo. Chi mi conosce sa benissimo che le chances di attirare la mia attenzione mentre sto mangiando sono esigue. Se poi ti stravacchi sul mio tavolo, mettendoti in mezzo fra me e la birra e mi parli a due centimetri dalla faccia, povero te. Mi ha chiesto l’amicizia su Facebook, e due minuti dopo essere uscito dal ristorante mi ha mandato un messaggio chiedendomi di uscire con lui. Mi sapeva tanto di uno che ci prova con tutte, quindi l’ho subito bloccato. Poi, mentre leggevo la guida, ho scoperto che aveva lo stesso cognome del primo ministro faeroese, e mi piace pensare di aver dato il due di picche al figlio del primo ministro faeroese (in realtà credo fossero solo omonimi, ma io tengo buona la versione romanzata).
Una cosa che ho notato qui, e anche in Islanda, è la presenza frequentissima di carrozzine parcheggiate fuori dalle case e dai negozi, talvolta anche con il neonato dentro: è convinzione diffusa che il freddo faccia bene ai bambini. E poi qua nessuno li ruba, quindi si possono tranquillamente mollare fuori dal bar mentre mamma va a farsi una birretta con le amiche. Ci sono carrozzine ovunque, tipo quella della Corazzata Potëmkin di Fantozzi: a un certo punto mi è venuta la paranoia che fosse sempre la stessa carrozzina che aveva preso a pedinarmi.
Evidentemente la terapia del freddo funziona: gli adulti non lo soffrono per niente, per dirne una il mio vicino di casa in Islanda con 6 gradi stava sulla sdraio in giardino a prendere il sole in mutande. Se lo faccio io, come minimo mi prendo una polmonite, e mi devono scongelare nel microonde.
Comunque, intanto è ora di volare a Copenhagen, sperando di trovare temperature più clementi al mio rientro a casa. Mi riporto indietro un pensiero a cui non riesco a far perdere le mie tracce. Vorrei che smettesse di essere solo un pensiero, ma non è una cosa realizzabile, e per salvarmi faccio l’esatto contrario di quello che vorrei: lo allontano da me. Quindi proseguo per la mia strada.
Ciao Fær Øer, magari torno a trovare anche voi. Cercate di farmi trovare un clima un po’ meno ostile, che io non sono come i bambini faeroesi e islandesi, io sono cresciuta al calduccio e al sole, e con questo freddo mi avete dato del gran filo da torcere. E ciao pecore faeroesi, mi dispiace di aver mangiato i vostri agnellini, prometto che non lo farò più.

Prima di baciare qualcuno, consultate l’albero genealogico

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Sono qui da due settimane, e fra le varie cose che ho imparato c’è che i cetrioli sono dei piccoli bastardi. Ora li mangio con una vena di sadismo, ahah mi hai piantato nelle mani i minuscoli cosi spinosi delle tue foglie? E io adesso ti mangio! Tié. Sì, occasionalmente parlo con le verdure.

Il “qui” è l’Islanda, e questa è la mia ultima sera prima di partire. Era da parecchio tempo che volevo venirci, ma una vacanza costa davvero tanto, sicché ho preso parte ad un progetto internazionale e sono venuta a lavorare in una serra, in cambio di vitto e alloggio. Dopo aver millantato con i miei amici che avrei coltivato banane (e questo sarebbe stato il lavoro più bizzarro nel mio già bizzarro curriculum), ahimè sono stata assegnata alle serre di pomodori e cetrioli, che banalità. Lavoravo fino alle 15, poi nel tempo libero scorrazzavo in giro per i fatti miei, cercando anche di capire questi misteriosi indigeni dell’isola.

Gli islandesi sono molto gentili, ma non sono particolarmente loquaci né espansivi. Non sai mai cosa gli passa per la testa. Tiri fuori mille argomenti per fare conversazione, e loro ti rispondono a monosillabi, oppure non rispondono proprio. Poi all’improvviso ti raccontano la storia della loro vita, così di punto in bianco.
Il mio capo-serra, un tranquillo e laconico padre di 4 figli, quarantacinquenne vedovo di sanissimi principi, un giorno è saltato fuori con una dissertazione su Robert Plant dei Led Zeppelin, e mi ha confidato che da giovane cantava in un gruppo punk chiamato Hopeless; l’autista che oggi ha portato me e le mie coinquiline in giro in macchina sulla costa sud islandese ci ha rivelato che anni fa faceva il pilota di aerei; il custode della piscina dove andavo a nuotare ha studiato scultura in Italia, ha girato il mondo su una nave cargo ed è andato in bicicletta da Piombino fino ad Amalfi.

Mi sono quindi fatta l’idea che gli islandesi siano persone parecchio interessanti. Sono tutti un po’ sciroccati, e ho come il sospetto che c’entri il fatto che sono veramente pochi e si incrociano più o meno sempre fra di loro. Esiste perfino una sorta di albero genealogico nazionale, che ogni buon islandese dovrebbe consultare quando inizia una nuova relazione: ehi Gunnar, non vorrai rischiare che la Helga con cui stai per uscire stasera e per la quale ti stai facendo il bidè della speranza sia per caso una tua cugina??

Il posto dove lavoravo era un paesotto di 1500 abitanti in una zona con un’eccezionale attività geotermica. Ergo, sorgenti calde a go go, per questo è pieno di serre. Un pomeriggio sono andata a piedi su queste montagne dietro al paese, dove c’erano delle pozze di fango ribollente e un piccolo torrente alimentato da sorgenti di acqua calda. Un paesaggio brullissimo e battuto da un vento gelido; l’Islanda è veramente l’apoteosi della brullità, una zolla spelacchiata sperduta in mezzo all’Atlantico che rigurgita fuoco e calore da tutti i pori.
Insomma, smadonnando copiosamente contro il vento gelido sono infine arrivata in un punto del fiume che formava una pozza, ho lasciato i vestiti sulla riva e ho fatto uno spettacolare bagno caldissimo nel fiume. Intorno a me, le montagne ancora macchiate di neve, che chissà se e quando si scioglierà, dal momento che qua viaggiamo ancora intorno ai 6 gradi. Dopo il bagno mi sono rivestita e imbacuccata per bene, auricolari e Rolling Stones per sovrastare il ruggito del vento, e me ne sono tornata a casa felice come non mai.

Per gli islandesi questa è l’estate: oggi c’erano 4,5 gradi, diluviava, e alla stazione di servizio ho visto un tizio in bermuda e camicia. Io invece ho patito il freddo ogni singolo giorno, e ogni volta che uscivo di casa la mia principale preoccupazione era di infilarmi in qualche buca nel terreno per ripararmi dal vento gelido che non mi ha dato un secondo di tregua per due settimane. Praticamente, palleggiandomi fra i 35 gradi delle serre e i 6 dell’ambiente esterno, mi sono vulcanizzata tipo pneumatico Goodyear.
Invece i miei coinquilini, provenienti da varie parti del mondo, non sembravano avere alcun problema con il clima; evidentemente il DNA mediterraneo mi ha penalizzata. Loro si prodigavano per espormi il meno possibile al gelo, temendo che sarei morta di polmonite tossendo flebilmente come la scimmietta ballerina di Dolce Remy. Me la sono comunque cavata indossando una dozzina di strati di vestiti, con il risultato che in tutte le foto sembro l’omino Michelin.

Ieri sera ho avuto il privilegio di vedere in tv l’evento mondano principale per il pubblico islandese: la finale di Eurovision. Trattasi di competizione canora con artisti di tutta Europa, nonché, per ragioni che mi sfuggono, da parecchi paesi dell’ex URSS. Da noi Eurovision non se lo fila nessuno, ma qua si respirava un’atmosfera da finale dei Mondiali. Per dire lo spessore intellettuale dell’evento, l’Italia era rappresentata da Marco Mengoni, e non serve che aggiunga altro. Io e tre mie coinquiline eravamo in gita sulla costa meridionale, e abbiamo preso in affitto una casetta nel mezzo del nulla più assoluto, in uno dei tanti paesi con un nome impronunciabile, popolato da più pecore che esseri umani. Mágnus, il nostro gagliardo autista sessantenne nonchè ex pilota di aerei, era in grande agitazione perché temeva che non ci fosse la tv. Invece per fortuna c’era, e quindi tutti a fare il tifo per il cantante islandese, un biondone con chiome fluenti stirate con la piastra stile Brad Pitt in Vento di Passioni. Ovviamente ha un nome impossibile da ricordare (l’ho appena cercato sul sito di Eurovision: si chiama Eyþór Ingi Gunnlaugsson), come tutto qui in Islanda, ma la nazione ha fatto un tifo sfegatato, al punto di mettere il seguente titolo in prima pagina su un quotidiano locale: “STAVOLTA VINCIAMO SICURAMENTE NOI”, con la foto del cantante in atteggiamento “hey baby sono irresistibile”. Il video della canzone in concorso viene trasmesso ossessivamente in tv: lui vestito da pescatore, con berrettone di lana, salopette e stivali di gomma, rischia di affogare cadendo fuori dal peschereccio, ma il pensiero di una persona cara gli dá la forza di issarsi di nuovo a bordo in mezzo ai merluzzi. Il titolo della canzone recita “ho una vita”. Sì, è una vita di merda in mezzo alle interiora dei pesci, ma meglio che niente. Proprio così, in Islanda il sogno zozzo di ogni donna è il pescatore. Uomini, se volete cuccare le islandesi, sventrate merluzzi.

Alla fine, complice anche la sfiga portata dai titoli dei giornali che davano per certa la vittoria, l’Islanda non ha vinto, con grande costernazione del povero Mágnus, che se ne è andato a dormire ciabattando mestamente. image
Io invece sono uscita a camminare in mezzo al nulla, con il cielo ancora chiaro perché non c’è mai buio in questa stagione, neanche ora che sono le due di notte. Sono andata in cima a una collinetta, con un vento gelido e il belato di qualche pecora insonne in lontananza, mi sono messa gli auricolari e ho cantato “Can’t find my way home” insieme ad Eric Clapton e Stevie Winwood mentre camminavo in questo posto sperduto di cui non so neanche il nome, e ho ripensato a tutte le cose bellissime che ho fatto in questi giorni. Ho visto ghiacciai e vulcani, ho nuotato in fiumi caldi, ho camminato su immense spiagge nere, e sì, ho anche coltivato pomodori e ho cucinato spaghetti alla bottarga per i miei coinquilini tedeschi, canadesi, polacchi, olandesi e coreani: gli spaghetti alla bottarga più a nord del mondo.

Stasera ho bevuto l’ultima birra in terra islandese qui a Reykjavik. Me ne sono tornata in albergo a piedi, sotto una pioggerellina sottile, ascoltando “Here comes the rain again” degli Eurythmics.

Ciao Islanda, ho aspettato di vederti per tanti anni, ma sei valsa l’attesa. E chissá, magari una volta o l’altra tornerò a trovarti.

La Madre di Tutti gli Scheletri nell’Armadio

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E quindi, sto per partire. La cosa bella è che stavolta non so quando torno. Ho fatto il biglietto di andata ma non quello di ritorno, tornerò quando mi garba. Vado prima in un posto, poi in un altro e poi in un altro ancora, e da lì boh. Parto con un bagaglio minuscolo perché quella zozza della compagnia aerea low cost mi ha mandato una mail minatoria dicendo che se sgarro con il peso mi fa pagare un sacco di soldi. Confido nella diffusione capillare di lavanderie a gettone, o diventerò molto, ma molto impopolare in molto poco tempo.

La notizia della mia partenza dovrebbe far tremare le celebrità, dato che mi sono ormai convinta che faccio schiattare una celebrity ogni volta che viaggio. Ho sotterrato Michael Jackson (viaggio in USA), Mike Bongiorno (USA), Lucio Dalla (Vietnam), Mariangela Melato (Sudafrica), solo per dirne alcuni. E quindi, chissà a chi tocca stavolta? Cercherò di far fuori il malvagio pazzoide della Corea del Nord, dai.

Esattamente un anno fa ero in ospedale in attesa di un intervento chirurgico, e in quei giorni mi è passato davvero di tutto per la testa. Ero spaventata a morte, in modalità esistenzial-paranoide-oddioeccochemuoro, facevo bilanci e progetti alternati a scenari apocalittici e mi sono ripromessa che non avrei più rimandato un’opportunità di viaggiare (non che prima fossi sedentaria, eh) e avrei cercato di essere una persona gentile e di meritarmi l’affetto delle persone che si sbattevano per starmi vicino. Avrei mangiato Nutella tutte le volte che ne avessi avuto voglia, macchè dieta, di doman non v’è certezza, sticazzi. In pieno sturm und drang avevo perfino scritto una lettera traboccante di delicati sentimenti ad una persona, e con il senno di poi sono felice di non aver trovato il coraggio di inviarla perché probabilmente l’avrebbe trovata ridicola. Comunque, finora ho cercato di rispettare i miei propositi, è passato un anno, sono cambiate parecchie cose e io sto per partire, quindi a posto così.

La gioia della mia imminente partenza è però turbata da una nube minacciosa: La Madre di Tutti gli Scheletri nell’Armadio. Lo scorso gennaio mi sono fatta un tatuaggio, e non l’ho ancora detto ai miei genitori. L’ho fatto a Cape Town, all’interno del braccio sinistro, cosa che desideravo da quando avevo vent’anni. Dite che è una cosa tamarrissima che fa molto crisi di mezza età?? Uhm, può essere. Ma ormai è fatta, quindi ciccia. Sono gli ultimi due versi della poesia Invictus, di William Ernest Henley: “I am the master of my fate, I am the captain of my soul”. Sono il padrone del mio destino, sono il capitano della mia anima. La leggeva sempre Nelson Mandela quando si trovava nel carcere di Robben Island, e io ho fatto il tatuaggio il giorno dopo aver visitato l’isola-museo, da cui sono rimasta molto colpita. Mi sembrava un’idea originalissima, se non che un giorno la receptionist dell’hotel di Cape Town mi ha detto che anche una sua amica si era tatuata la stessa frase, e anche un suo cugino. A quanto pare mi sono tatuata la frase più banale del continente africano. Come andare a Roma e tatuarsi S.P.Q.R. pensando di essere dei geni della creatività.

Ho provato a tastare il terreno sulla possibile reazione dei miei genitori con un’operazione di pre-marketing: “oh sapete che la mia amica (nome di amica che conoscono e di cui hanno grande stima) si è fatta un tatuaggio?”. Risposta: “non la facevamo così scema, si vede che avvicinarsi ai quarant’anni l’ha fatta rimbecillire”. Ohi ohi. Tentativo numero 2: colgo lo spunto da un servizio del telegiornale sulla fiera dei tatuatori. “Beh però certi tatuaggi sono belli, se fatti bene”. Risposta: “ma dimmi te che deficienti ‘sti qua che si fanno i tatuaggi, gente di trent’anni suonati, avessero diciott’anni li giustifichi perché non ci arrivano con la testa, ma è proprio vero che certa gente farebbe qualunque cretinata pur di attirare l’attenzione!”.

Non so se resteranno molto impressionati da tutta la questione romantico-filosofica. Mio papà è un grande pragmatico, penso che mi chiederà quanto costa cancellare il tatuaggio, se mi hanno fatto firmare cose e così via. Per dire, quando ero a Kyoto gli ho telefonato per comunicargli la mia meraviglia per i giardini zen e i ciliegi in fiore: “mmm sì, poi mi racconti, ricordati che quando torni devi andare dal commercialista, porta anche gli scontrini della farmacia”.

Viste le premesse, ho deciso di temporeggiare. Voglio che i miei genitori restino felici e illusi che io sia una persona intelligente per un altro po’, quindi la mia brillante strategia è di portare le maniche lunghe fino a quando parto, e per qualche settimana sono a posto. Quando tornerò, scatterà in me una passione sviscerata per le camicie, maniche a tre quarti come se non ci fosse un domani, fino all’autunno. Poi arriverà il freddo, e il problema sarà rimandato fino al 2014. Geniale, no??

Oggi ho rischiato grosso, però. Faceva veramente caldo e io ero lì con la felpa che mi squagliavo come un calippo. Mia mamma: “ma non hai caldo con quella felpa? Toglitela, no? Stai grondando”. Io: “NO STO BENISSIMO COSÌ, GRAZIE”. Lei: “ma come fai ad avere freddo? Avrai mica la febbre?”. Io: “HO DETTO CHE STO BENE”. E intanto lì che mi sventolavo con il tovagliolo.

Mi è stata suggerita anche la strategia del Falso Allarme. “Devo dirvi una cosa: sono indebitata fino al collo con un losco usuraio, stanno per pignorarmi la casa [....lasciare qualche secondo di silenzio per permettere l'esplosione del panico...] ahahah no dai scherzo, mi sono solo fatta un tatuaggio!”.

Boh, insomma vedremo. Improvviserò. Intanto volo via, con il mio micro bagaglio e la mia marachella da confessare. Non so affrontare la vita reale, ma per fortuna quando sono in viaggio diventa tutto più facile.

South Africa

Perchè i giapponesi viaggiano in gruppi enormi

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Sono da pochi giorni tornata dal Giappone, giusto il tempo di fare il bucato, innaffiare le piante e ripartire. Non è che a casa mia stia male, anzi. È che stare ferma nello stesso posto non mi garba. Dall’inizio dell’anno ho percorso quasi centomila chilometri, e per i prossimi mesi devo inventarmi qualcosa per scorrazzare in giro il più possibile.

Dunque, dicevo il Giappone. È un posto favoloso che merita una visita e anche più di una. Ci tornerò di sicuro quando avrò finito il primo giro del mondo. Tokyo è una città fantastica, nonostante abbia più di 12 milioni di abitanti non mi ha dato quel senso di frenesia che provo in altre metropoli, anzi è tutto molto ordinato e preciso. C’è relativamente poco traffico perché tutti prendono l’efficientissima metropolitana, e le poche auto sono in maggioranza elettriche, quindi niente smog e niente rumore dei motori, le auto elettriche non fanno vruuum ma solo bzzzzz.

Sono stata una sera in cima al grattacielo dell’hotel Park Hyatt, dove hanno girato alcune scene del film Lost in Translation (uno dei miei film preferiti, per inciso). Dalle enormi vetrate si vedeva lo spettacolo fantastico dei grattacieli supertecnologici illuminati, a perdita d’occhio. Sembrava di essere dentro Blade Runner. In quella stessa città, la mattina passeggiavo nei giardini del palazzo imperiale, in una nuvola di petali di ciliegio che turbinavano nel vento. Il continuo rimbalzare fra tradizione e fantascienza è la cosa che più mi ha colpita del Giappone.

A parte i giapponesi, naturalmente.

I giapponesi sono l’esatto opposto di noi italiani. Sono la negazione dell’italianità. A noi sembrano degli alieni venuti da un pianeta più evoluto, a loro dobbiamo sembrare i trogloditi di qualche civiltà preistorica, armati di clava e sbraitanti suoni gutturali. Loro sono educatissimi: se tu gli intralci il passaggio, loro mica ti mettono fretta per passare, no. Anche se magari stavano correndo a casa a spegnere un incendio, o in ospedale a ricevere un trapianto di rene, se ne stanno lì impalati ad aspettare pazientemente che ti levi di mezzo. Se ci metti due ore, loro aspettano due ore, e quando finalmente ti sposti si inchinano e si scusano, perché magari volevi stare lì tre ore e non vorrebbero mai averti messo fretta respirando in un modo troppo insistente.

Poi sono gentili, di una gentilezza che arriva ai limiti dell’autoimmolazione. La sera che sono arrivata a Tokyo mi sono azzardata a chiedere informazioni a un passante su come raggiungere il mio hotel; lui non lo sapeva, e ha fermato un altro passante, che a sua volta ha coinvolto un gruppo di impiegati all’uscita dall’ufficio, che hanno consultato mappe sui tablet, telefonato ad altre persone e coinvolto altri passanti, fino a trovarmi circondata da un esercito di giapponesi che mi ha scortata fino all’ingresso dell’hotel. E non è che gli puoi dire “ok fa niente, lascia perdere”, no. Una volta che gli hai chiesto aiuto, è per sempre: gli hai affidato una missione e loro non si daranno pace finché non hanno portato a termine il loro compito.

Hanno un senso del dovere che a noi italiani è ignoto. Lo sapevate che un conducente di uno Shinkansen (i treni giapponesi super veloci e puntualissimi) si è suicidato perché il treno che lui conduceva è arrivato in ritardo? Immaginate la stessa scena da noi con Trenitalia. Sarebbe una strage. Lo scrittore Yukio Mishima si suicidò con seppuku (trafiggendosi con una spada) per protestare contro la decadenza dello spirito tradizionale giapponese. I kamikaze durante la seconda guerra mondiale si lanciavano con i loro aerei contro le navi nemiche. In Giappone si suicidano un po’ tutti, insomma. Treno in ritardo? Suicidio. I giovani d’oggi non hanno più valori? Suicidio. Si rompe la lavapiatti? Suicidio. Forse è una forma di controllo demografico, perché i giapponesi sono davvero tanti, 127 milioni, e anche per questo tutto quello che fanno è regolamentato da procedure precise che non lasciano niente al caso. Lo spazio vitale è poco, e per evitare il fisiologico aumento dell’aggressività individuale si è ricorso alla spersonalizzazione. Per salire sul treno ti devi mettere in una fila ordinata in quel preciso punto del marciapiede davanti a cui si fermerà il tuo vagone. Arriverà il treno, ne scenderà un’ordinata fiumana di gente, e poi salirà un’altra ordinata fiumana di gente. Altro che quelle risse da osteria che si vedono sui nostri autobus. In Giappone la moltitudine ricorda il metodico fluire di un formicaio, in Italia è più un combattimento fra pitbull.

Ah poi c’è il fatto che si appisolano. Non so se sia un modo per estranearsi dalla folla, ma sulla metropolitana i giapponesi dormono. Un minuto prima sono svegli e trafficano con gli smartphone o leggono i manga, e subito dopo, bum. Dormono come ghiri, con la testa a ciondoloni sul petto e la mascherina davanti alla bocca che lascia intuire il ritmo del loro respiro profondo. Dalla veglia alla fase REM in 0,25 secondi netti. Poi arrivano alla loro fermata e oplà, eccoli di nuovo svegli e vispi che scendono dalla metropolitana. Ma come fanno?? E perché hanno tanto sonno?? Boh!!

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Dunque, i terremoti. Finché ero lì ne ho sentiti quattro, di cui due di notte molto forti. Una notte mi trovavo a Osaka in un capsule hotel, avete presente quei posti dove ci sono dei loculi allineati su due file sovrapposte e ci si dorme dentro? Claustrofobia pura, ma mi sembrava tutto so very Japanese che ho voluto provare. Quindi entro in uno di questi cosi a misura di giapponese, ovvero corto perfino per me, con questa minuscola coperta che continuavo a tirare per cercare inutilmente di coprirmi tutta, e poi questo quadro comandi con istruzioni solo in giapponese, e dato che non riuscivo a dormire mi son messa a schiacciare bottoni a caso, attivando un getto di aria che mi colpiva sul cranio e non sono più riuscita a spegnerlo. Dopo alcune ore di battaglia con la tecnologia, alle 5 vengo svegliata da un terremoto fortissimo (settimo grado della scala Richter, leggo il giorno dopo), e penso, ecco ora muoio. Resto lì sdraiata a fissare il soffitto del loculo, passando in rassegna la mia vita, senza sapere cosa fare. Il terremoto continua, per quasi 3 minuti, e mi viene in mente che se sto per morire dovrei scegliere qualcuno a cui dedicare il mio ultimo sms di saluti. Intanto che scelgo il fortunato, mi sovviene che i giapponesi degli altri loculi sono lì che se la dormono tranquilli, le uniche persone che urlano istericamente sono due americane. Ok, allora facciamo che comincio a preoccuparmi solo quando si preoccupano i giapponesi. Alla fine niente catastrofe, ma quella notte mi è servita a capire qualcosa in più su questo straordinario popolo che convive con le calamità naturali e riesce a condividere degli spazi incredibilmente angusti senza provare (almeno apparentemente) alcun disagio verso il prossimo.

Ci sarebbero un mucchio di cose da raccontare sul Giappone, come il meraviglioso senso estetico che avvolge ogni aspetto della vita, dalla composizione del cibo agli accessori d’abbigliamento; l’incredibile gentilezza delle commesse dei grandi magazzini, che mi suscitano un moto di vergogna quando penso alle nostre commesse della Standa, che dio ce ne scampi; per non parlare dei loro meravigliosamente puntuali ed efficienti e pulitissimi mezzi pubblici…e mi chiedo: ma i giapponesi cosa pensano quando vengono in Italia? Come ci vedono? Come fanno a sopravvivere alle vergognose truffe dei bar di Venezia, alla zozzeria dei bagni delle stazioni di tutta Italia, al caos dei trasporti pubblici di Roma?? Beh, io credo di aver capito: loro non vedono nulla di tutto ciò, per questo viaggiano in pullman da cento persone, visitano Venezia-Firenze-Roma in tre giorni, sempre blindati e protetti: vengono protetti da NOI. Li portano nei luoghi dell’Italia da cartolina, scendi dal pullman, fai la foto, mangia spaghetti, compra cose di Armani e Dolce e Gabbana e via di nuovo sul pullman.

Prima di scoprire il lato oscuro dell’Italia.

La vita segreta delle isole

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La vita segreta delle isole

In inglese esistono due parole differenti per descrivere la solitudine, a seconda della connotazione che si vuole dare: “loneliness” indica la solitudine sofferta, quella condizione in cui ci si sente soli e non importanti per nessuno; “solitude” è invece la solitudine scelta, quando si vuole stare per conto proprio senza nessuno che rompe e assaporare la beata libertà. Io scelgo spesso la “solitude”, e raramente soffro di “loneliness”, la sento non quando sono sola ma quando sono nella compagnia sbagliata.

Viaggiare da soli è una cosa che tutti dovrebbero provare almeno una volta, un po’ per imparare a viaggiare, ma soprattutto per capire se sono in grado di sopportare la propria compagnia: chi ha bisogno di avere sempre una persona accanto, di solito non ha grande simpatia per se stesso e vuole avere sempre a portata di mano l’adulazione di qualcuno che gli dica che è buono, bravo e bello. Chi non è in grado di sopportare la solitudine di solito porta delle gran rogne.

La mia passione è andare a caccia di isole: il mio ideale sarebbe vedere tutte le isole del mondo, ma gira voce che siano parecchie e non so se ce la posso fare.
Gli abitanti delle isole sanno vivere la “solitude”, ma sanno essere accoglienti ed ospitali con chi si spinge oltre la terraferma per conoscere cosa c’è al di là dei soliti sentieri.

Le isole sono interessanti per varie ragioni, prima di tutto perchè sono circondate dal mare, che è l’elemento che preferisco; poi perchè hanno una storia tutta loro, scritta da gente tosta e fiera che ha fatto il diavolo a quattro per tenere testa al mare ed è mossa da un animo impavido e ostinato che ha voluto conoscere che cosa c’era “oltre”; infine, le isole a volte hanno delle storie meravigliose e bizzarre che attendono solo gli spiriti curiosi per essere raccontate.

Per dirne una, l’isola di San Pietro, a sud-ovest della Sardegna, è un posto bellissimo e strano, con un maestrale che a volte ti picchia col bastone, e gli abitanti parlano una sorta di dialetto ligure che non c’entra niente con la Sardegna: questo perchè ci abitano i discendenti di una colonia di liguri che nel XVI secolo si erano insediati sull’isola di Tabarka, al largo della costa tunisina, dedicandosi al commercio e alla pesca del corallo; nel 1738, esasperati dall’assillo dei vari rais nordafricani, se ne erano partiti per colonizzare l’isola di San Pietro, e quindi eccoli lì, che parlano il loro dialetto strambo e io che li pedino con discrezione per i vicoli ben curati di Carloforte, cercando di carpire brandelli di conversazione fra due indigeni. Lì si ha proprio la percezione di trovarsi in un posto che non c’entra niente con il resto del mondo, che vive secondo i suoi ritmi e potrebbe benissimo fare a meno di tutto ciò che c’è là fuori, e mi aveva fatto molto ridere la scritta “no TAV” a pennarello su un muretto, che sembrava lì più per noia che per convinzione. Mi ero detta “cosa gliene importerà mai del TAV ai carlofortini??”.

Andiamo da tutt’altra parte, sull’isola di Pitcairn. Siamo nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, a un sacco di chilometri dalla terraferma. Pitcairn è un territorio britannico d’oltremare, non ha aeroporto e ci si arriva solo con un viaggio lunghissimo via mare. Ci abitano i discendenti degli ammutinati del Bounty, che vi approdarono del 1790. Immaginatevi questi che “yuppiduuuu! Iniziamo una nuova vita!”, danno fuoco alla nave per tagliare i contatti con il resto del mondo e…beh, e ora? Sono una trentina di persone, fra gli ammutinati e un po’ di polinesiani, che partono con i migliori propositi di fondare una società nuova e bella e giusta, e finiscono a cercare di farsi fuori a vicenda tipo Il Signore delle Mosche, si fanno le peggio cose, si massacrano, poi uno inventa una bevanda alcolica da una pianta locale, e lì sbornie deliranti come se non ci fosse un domani. Uno si butta dalla scogliera con una pietra al collo, un altro si improvvisa Jack Torrance di Shining e cerca di sterminare gli altri armato di un’ascia…insomma, un disastro.
Attualmente su Pitcairn abitano una cinquantina di persone, molte delle quali indagate per gravi reati a sfondo sessuale; quando non molestano sessualmente i loro vicini di casa, i pitcairnesi producono dell’ottimo miele e stampano francobolli molto ricercati dai collezionisti. Tutto il resto è noia, e bevande alcoliche artigianali che ti trasformano in un killer psicopatico armato di ascia.

Saltiamo qualche migliaio di chilometri più in là, e approdiamo a Fraser Island, l’isola sabbiosa più grande del mondo, di fronte alla costa orientale dell’Australia. Lì ci sono io insieme a un gruppetto di sventurati che scendiamo dal traghetto con i nostri SUV borghesi da spesa del sabato all’Esselunga e immediatamente ci insabbiamo: a Fraser non ci sono strade asfaltate, quindi bisogna percorrere la spiaggia. Sprofondiamo ennemila volte, scendiamo dai veicoli, spingiamo mentre le ruote girano senza far presa ma sollevano quintalate di sabbia che ci entrano in tutti gli orifizi del corpo. Nel frattempo i fuoristrada con i controcazzi degli australiani ci superano leggiadri trallallà, e loro si affacciano dai finestrini per fotografarci sbellicandosi dalle risate. Noi scaviamo e spingiamo e riscaviamo e rispingiamo, cambiando le gomme che si forano varie volte, finché non abbiamo più gomme di scorta. Il tutto il più velocemente possibile, sperando che nel frattempo non ci divorino i dingo, cani selvatici ferocissimi che bazzicano la spiaggia in cerca di umani da sgranocchiare, e la marea di due metri non ci sommerga con il suo carico di squali e meduse cubo che ti ammazzano in trenta secondi netti. Arriva in nostro soccorso Alan, un gagliardissimo sessantenne di Sydney in vacanza con la moglie e un fuoristrada che neanche in Mad Max, nel suo posacenere ci puoi parcheggiare il nostro SUV. Alan ci rimorchia fuori dalla sabbia in un microsecondo. Alan consigliaci, come facciamo a uscire vivi da qua?? “Change your car”, risponde lui serafico. Cambiate macchina.

Voliamo verso il Circolo Polare Artico, e incontriamo l’isola di Flatey, di fronte alla costa occidentale dell’Islanda. È lunga 2 chilometri e larga 1, attualmente ci vivono cinque persone, insomma non è che ci sia gran che da fare. Nel 1172 fu la sede di un monastero, fondato, pare, da dei religiosi che cercavano un po’ di tranquillità per sfuggire al logorio della vita moderna islandese. Mi immagino quanta mondanità ci fosse in Islanda nel Medioevo per spingere quei balenghi a imbucarsi su un isolotto ancora più sperduto. Però vorrei andarci, mi incuriosisce capire cosa si prova a essere in un posto così remoto, chissà cosa gli passava per la testa tutto il giorno a quelli là spiaggiati in capo al mondo.

Insomma ce ne sarebbero tantissime di storie da raccontare sulle isole, ma ora vado a dormire perchè domani partirò per altre isole parecchio lontane da qua. Dove? Segreto…ve lo dico quando torno ;-)

Come se non ci fosse un domani

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Sabato scorso sono andata alla fiera della fotografia a Milano e ho avuto una visione epifanica: sono passata davanti allo stand della GoPro e ho deciso che la mia vita non è completa senza una GoPro. Per i profani, trattasi di una mini videocamera grande come una scatola di fiammiferi che viene utilizzata da chi pratica sport più o meno estremi, e viene di solito montata sul casco o sugli sci e via dicendo.

Così ho investigato un po’, andando a leggere alcuni forum degli utenti, e i commenti sono più o meno su questo tono:
“La GoPro è fantastica, la uso sempre quando mi immergo fra le megattere al largo della Baja California, e le immagini sono eccezionalmente nitide” (David, Anchorage, Alaska)
“Lo scorso weekend ho sorvolato in deltaplano il grande erg occidentale in Algeria e devo dire che anche in condizioni di forte luminosità GoPro funziona benissimo” (Johanna, Burbank, California)
“Ho fatto kayak nella lava del vulcano Mauna Loa alle Hawaii e la custodia ermetica di GoPro resiste benissimo alle alte temperature” (Dimitri, Mosca, Russia).

Sì, ma che vita fanno questi?? Nessuno scrive che l’ha montata sul carrello dell’Esselunga e ha filmato il banco dei surgelati. Quindi com’è che funziona, ti compri la GoPro e magicamente ti trasformi in Ethan Hunt di Mission Impossible?? Avventura, vieni a me!

Ora, la domanda è: io pratico sport estremi? La risposta è no. Corro tutti i giorni, ma sul tapis roulant in soggiorno, e non credo che sarebbe molto interessante riprendere la parete di fronte a me per 40 minuti. Vado a sciare, ma non faccio salti mortali sulle rampe perché probabilmente mi romperei in mille pezzi e morirei male. Non faccio immersioni subacquee da anni, e l’unica volta che ho fatto sci d’acqua mi sono fracassata entrambe le caviglie in un solo colpo. Però viaggio molto, e mi piace l’idea di pasticciare con i video montandoci sopra della musica. Quindi, dopo una approfondita riflessione di una giornata, e dopo aver assillato tutti quelli che conosco per sentirmi dire che ho assolutamente bisogno di una GoPro, l’ho comprata, impegnandomi a rimodellare la mia esistenza in modo fotogenicamente accettabile per gli standard degli utenti di cui sopra. Intanto che aspetto che mi venga recapitata dal corriere, mi immagino la mia nuova vita pullulante di sport estremi che inizierò appositamente per filmarli con il nuovo giocattolo. Mi aspetta una nuova favolosa esistenza adrenalinica in cui mi lancerò da aerei come nella pubblicità di Nuvenia Pocket, “ehi guardate, ho le mie cose ma questo non mi impedisce di fare paracadutismo, salto con l’asta, immersioni con gli squali, anzi ieri mi hanno paracadutata in Corea del Nord e ho liberato 15 ostaggi e smantellato una bomba atomica con uno stuzzicadenti!”. Se un assorbente con le ali può fare questo, immaginate che rivoluzione sarà una videocamera di ultima generazione. Salterò da aerei e libererò ostaggi come se non ci fosse un domani, e tutti mi chiameranno La Ragazza Che Libera Ostaggi E Filma Tutto Con Una Videocamera Sulla Testa.

Di solito quando mi appassiono a qualcosa non si tratta di un’infatuazione passeggera: all’ispirazione fulminante segue una dedizione costante nel tempo, così è stato per la fotografia, per lo sci, la corsa e un sacco di altre cose (e persone). L’unico caso di abbandono prematuro di un obbiettivo è stato con la chitarra.

Nel 1992 era uscito Unplugged di Eric Clapton, il mio idolo musicale, un album bellissimo che fa sembrare così facile suonare la chitarra che decisi di imparare anch’io a suonarla. Le premesse non erano incoraggianti; nonostante io ascolti tanta musica da ridurmi le orecchie come le sottilette fila e fondi, la mia predisposizione all’apprendimento di uno strumento è nulla. Sono sempre stata stonatissima, in musica alle medie avevo insufficiente, il solfeggio mi annoiava a morte e l’unica cosa che mi riusciva di suonare (male) con il flauto era la pubblicità del Mulino Bianco. Che poi io dico: insegnanti di musica delle medie, ma perché il flauto?? Perché??? Ha un suono atroce, e nessuna rockstar è ricca e famosa per il suoi assoli di flauto allo stadio di Wembley. Immaginate Jimi Hendrix che cosparge di liquido infiammabile un flauto, e poi si inginocchia davanti allo strumento avvolto dalle fiamme…mmm non credo proprio. Oppure Pete Townshend degli Who che fracassa al suolo un flauto invece della chitarra elettrica…no, eh? Quindi se lo strumento del rock non è il flauto, un motivo ci sarà.

Comunque, io mi ero votata alla chitarra, desideravo suonare la chitarra come se non ci fosse un domani, e quindi mio cugino accorse in mio aiuto offrendosi di darmi lezioni. Mi mise in mano una chitarra classica, ingombrantissima, con le corde durissime e un aspetto per niente rock’n'roll, mi spiegò come posizionare le dita e il suono che ne uscì fu “sproing”. Provai varie volte, ma più che “sproing” non riuscivo a fare. “Aspetta, ti faccio vedere”, mi disse prendendo la chitarra, e suonò Desire degli U2, che praticamente sono tre accordi, ma accidenti quanto volevo essere capace anch’io e invece io ero tutto uno “sproing”. Dopo enne lezioni l’unico progresso fu passare da “sproing” a “sdrong”, che era il giro di do, e trascorrevo intere serate a cantare “Laudato sii, o mio Signore” senza sosta (potevo anche cantare La Canzone del Sole di Battisti, ma non riuscivo a concentrarmi allo stesso tempo sulle parole della canzone e sugli “sdrong”…era uno sforzo mentale eccessivo). Il rock’n'roll era lontano migliaia di anni luce. Alla fine mollai il colpo e decretai che suonare la chitarra non era così propedeutico alla mia felicità.

A parte questo fallimento, che mi brucia tuttora, su tutti gli altri miei interessi mi sono applicata con grande dedizione, e così sarà anche con la GoPro. Fintanto che ho un progetto a cui dedicarmi, sono felice. Sono molto ansiosa di vedere i miei filmati di quando farò surf alle Hawaii, camminerò in mezzo ai grattacieli di Tokyo e pedalerò nei boschi scandinavi eccetera eccetera.
Sì, io ci credo a mille. Altro che assorbenti con le ali.

“Le faremo sapere”

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È da un po’ di tempo che non faccio colloqui di lavoro, e questo mi dispiace perchè possono rivelarsi delle perle trash di primissima qualità. Non serve essere alla ricerca di un lavoro per fare dei colloqui, basta avere voglia di divertirsi e una mezza giornata da buttare via. Se volete vedere la miseria umana e farvi quattro risate, aprite la pagina degli annunci di lavoro sul quotidiano locale, oppure un qualunque sito internet del settore, e aguzzate la vista. Ci sono dei segnali sicuri che vi permetteranno di capire quali sono i bidoni più succulenti: ad esempio, la promessa di guadagni stratosferici, quantificati fino all’ultimo centesimo. Ne ho visto uno proprio oggi che prometteva ben 5.555,00 euro al mese. Requisiti: flessibilità e voglia di crescere. Che meraviglia!! Per flessibilità, naturalmente, si intende la disponibilità a mettersi a zerbino e aspettare la fregatura che inevitabilmente arriverà come un missile; la voglia di crescere significa, in parole povere, che faremo un lavoro orrendo, degradante e mal pagato (sempre che venga pagato) nella vana illusione di fare una fulgida carriera. Ricordate: le dimensioni del nodo della cravatta del selezionatore sono inversamente proporzionali a quelle del suo cervello; tutto quello che vi dirà va preso con beneficio d’inventario, e probabilmente non capirà una fava di quello che gli dite. Se chi vi seleziona è una donna che si vanta di aver rinunciato alla vita privata per fare carriera, scappate. Pericolo Stronza Frustrata.

E allora perché fare colloqui di lavoro sapendo già che sono dei bidoni? Beh ma è ovvio: non c’è nulla di più esilarante dell’imbecillità umana (a patto che essa non sieda in Parlamento: in tal caso non fa ridere neanche un po’). Gli idioti più clamorosi occupano dei ruoli di responsabilità negli uffici del personale delle aziende. Credo sia perché chi sa fare qualcosa lavora, chi non sa fare niente sceglie quelli che lavorano. Sono certa che esistano tracce di vita intelligente anche negli uffici di selezione del personale, e da anni mi sto impegnando a trovare delle prove concrete a sostegno di quest’ipotesi. Non ci sono ancora riuscita, ma non demordo.

Uno dei colloqui più divertenti lo feci alcuni anni fa per un’azienda padronale della zona (in quell’occasione ero davvero in cerca di lavoro). Tutto iniziò con un equivoco, perché l’agenzia di lavoro interinale che mi aveva contattata mi aveva detto che cercavano un commerciale per l’estero (quindi un venditore) e invece l’azienda intendeva un’impiegata commerciale, ovvero una persona con conoscenza della contabilità che evade gli ordini dei clienti esteri, preparando bolle e fatture. Mandare al colloquio una che ha fatto il liceo classico e di contabilità non ne sa una mazza già rivela la sfolgorante perspicacia dei selezionatori, allevati a pane, volpe e sugo di faina.

Arrivai all’azienda con il tailleur grigio da persona seria e due copie stampate del curriculum. Dopo un po’ arrivò il direttore del personale, un meraviglioso esemplare di cumenda, avvolto in una nube di dopobarba da supermercato, camicia aperta vista pelo e catenona d’oro con crocifisso. “Oh ciccia sbrighiamoci che ho una riunione”. Ciccia??? Ignorò platealmente il mio curriculum, affermando che lui le persone le valutava a pelle (fissandomi le tette). Mi domandò se ero sposata, fidanzata e se avevo intenzione di fare figli. No, no, no. “Sì dite tutte così, lo sappiamo benissimo che poi appena siete assunte vi fate subito mettere incinte”. Se vuoi mi metto la cintura di castità, caprone ignorante. Dopo un po’ che farneticava a ruota libera sulla grandezza dell’azienda, “noi qua, noi là…” mi venne il sospetto che stesse usando il plurale maiestatis come il Mago Otelma.

Feci di tutto per rendermi antipatica, cercai di essere arrogante, supponente e svogliata. Gli dissi che per me le bolle sono quelle che si fanno con il sapone e le uniche fatture di cui fossi a conoscenza erano quelle che la strega Amelia rivolge contro Zio Paperone. Incredibilmente, fui assunta. Durai una settimana. Avevo contestato il fatto che il padrone dell’azienda avesse rimosso le manopole del condizionatore impedendoci di accenderlo, perché consumava energia. In luglio. Con tipo 50 gradi all’ombra. E quindi, in quanto elemento sovversivo, fui esiliata in magazzino insieme all’altro rivoluzionario, un ragazzo messicano simpaticissimo che aveva appena finito il Master of Business Administration alla Bocconi ed era in castigo perché aveva fatto presente che non aveva senso compilare a mano dei moduli per la Camera di Commercio e portarli là di persona quando si poteva fare tutto via internet. Che pazzi eravamo, ostinandoci ad affermare che la terra non è piatta! Dopo quattro giorni ad impacchettare scatoloni fummo silurati entrambi, e per consolarci ce ne andammo al lago con panini e birre a prendere il sole.

Un settore che non ho esplorato abbastanza ma che mi promette grandi soddisfazioni in termini di follia umana è quello delle sette religiose. Un giorno, poco dopo la mia breve esperienza nell’azienda senza aria condizionata, scovai un annuncio in cui si cercavano impiegati per il marketing per la sede locale di quella pseudo-religione di cui fanno parte anche alcuni attori famosi, dai che avete indovinato…insomma, quale migliore occasione per andare a ficcanasare? Arrivai presso la sede per un colloquio, ovunque c’erano poster con il ritratto del fondatore della religione. Il culto del leader…Il primo segnale di fanatismo e lavaggio del cervello! Stupendo! C’erano un mucchio di persone in giro per i corridoi, sembravano tutti molto allegri e amichevoli ma c’era un qualcosa di artificiale nella loro allegria, una forzatura, un isterismo che mi inquietavano moltissimo. Il colloquio fu all’altezza delle aspettative: mi accolse una ragazza un po’ esaltata che mi raccontò di quanto lì fossero una grande famiglia, e di come lei prima facesse parte di un’altra religione (una di quelle secondo cui la fine del mondo è imminente), e poi avesse mollato baracca, burattini, famiglia e amici per quella nuova avventura.
Il resto fu un delirio in cui mi spiegava che i medici sono dei truffatori ciarlatani e che ogni male del corpo si cura con la mente. E il lavoro in cosa consisteva? 60 ore a settimana, di cui 40 di “lavoro volontario” (cioè non retribuito) e 20 di “volontariato” (ovvero seguire corsi di formazione, o meglio lavaggio del cervello, obbligatori). Sì certo. Rinuncio al libero arbitrio, vi lascio tutti i miei averi e poi mi ficco una scopa in culo e vi pulisco gli uffici. Gratis.

Un altro capolavoro trash lo scovai quando risposi ad un’inserzione che prospettava una sfavillante carriera in un’azienda di comunicazione e marketing, con guadagni da nababbi e nessun requisito necessario. Inviai il curriculum e neanche dieci minuti dopo mi convocarono per il colloquio. Mi accolse una panterona stagionata in minigonna giropassera e stivale leopardato. Urca, sarà mica una casa d’appuntamenti?? Mi infilò in una saletta d’attesa senza finestre, stipata di altri candidati e con uno stereo con il volume a palla. Dopo qualche minuto chiesi agli altri se potevo abbassare il volume, e tutti annuirono sollevati dalla mia proposta. Arrivò la panterona che senza dire niente alzò il volume di nuovo a palla, e poi se ne andò richiudendo la porta. Riabbassai il volume e lei tornò infuriata, “il capo ha detto che la musica deve restare alta, chi ha toccato la radio??”. Io. “Il capo ti vuole parlare”. Oh oh allarme sovversione attivato! Il capo era un ragazzotto della mia età, con un nodo della cravatta grosso come un pompelmo, che evidentemente non lasciava arrivare abbastanza ossigeno al cervello, visto che disse una fesseria dietro l’altra. Non mi spiegò in cosa consisteva il lavoro, disse solo che erano una “grande azienda di comunicazione e marketing” e che se mi interessava il giorno dopo c’era un mini corso nell’aula al piano di sotto dove mi veniva chiarito tutto. Allettata dalla prospettiva di sfottere qualche carrierista rampante, la mattina dopo mi presentai puntuale. Ci divisero in gruppetti di due persone, io e un’altra ragazza fummo scortate al piano di sotto in tutta fretta e ci fecero salire in macchina, lei davanti e io dietro, insieme a dei ventenni straconvinti in abito scuro da bodyguard. “Andiamo verso le aule dove si tiene il corso di formazione” ci spiegarono evasivamente. A quel punto cominciammo ad alterarci e andammo letteralmente fuori di testa quando ci dissero che la destinazione era a 40 chilometri di distanza. Li minacciai di chiamare la polizia e denunciarli per sequestro di persona, per cui finalmente ci fecero scendere. Mi fiondai come una freccia alla guardia di finanza, dove mi dissero che il titolare dell’azienda era una vecchia conoscenza delle forze dell’ordine, prendeva dei disperati per una “giornata di prova” in zone isolate della provincia e li costringeva a galoppare in giro per case e negozi a proporre contratti telefonici. La musica alta in sala d’attesa è un trucco collaudato per impedire alle persone di parlare fra di loro e di elaborare quello che sta succedendo. Se non pensi, non reagisci e ti fai trascinare passivamente…fino a salire spontaneamente in macchina con degli sconosciuti.

Insomma, come potete vedere non ci si annoia mai ai colloqui di selezione. Se volete passare un pomeriggio diverso dal solito, provare l’ebbrezza di un rapimento o il calore di una nuova famiglia (post-lavaggio del cervello) in una setta religiosa, sapete cosa fare: correte a comprare il giornale ed apritelo alla pagina degli annunci di lavoro!