Dunque, sono seduta al bar dell’aeroporto di Vagar, Isole Fær Øer. Hanno nomi diversi nella lingua locale, o in danese o nelle altre lingue nordiche ma questa é la versione che preferisco perché ha tutte quelle lettere strambe che mi piacciono tanto. Era da più di vent’anni che desideravo venire qui, da quando alle medie avevo letto un articolo su una rivista di viaggi ed ero rimasta incantata dalle foto. Sicché eccomi qua. L’idea era di girarmele in bici, ma é un’impresa impossibile: sono isole vulcaniche, montuose, con chilometri e chilometri di nulla fra un centro abitato e l’altro. Come “centro abitato” si qualificano anche le case isolate, i fienili, le aggregazioni di più di cinque pecore; se sono tre pecore e due galline, va bene uguale. Gli unici alberi che ho visto erano nei giardini delle case, e non sembravano passarsela affatto bene: qui il clima é tremendo. Pensavo di aver visto il peggio in Islanda, ma almeno lì qualche giorno di sole l’ha fatto…qui, invece, mi sono beccata cinque giorni di vento gelido costante, abbinato a pioggia battente oppure neve, talvolta entrambe. Ma io, impavida e sprezzante della tormenta, ho girato lo stesso, intabarrata in cinque strati di vestiti, berretto e musica in cuffia. Giuro, non ho mai preso tanto freddo quanto in queste ultime tre settimane. Comunque ne é valsa la pena: le Fær Øer sono bellissime. Hanno fiordi profondissimi, scogliere di basalto a picco sul mare, tantissime cascate, casette rosse con il tetto ricoperto da zolle erbose (pare che siano ottime come isolante termico), manca solo di vedere uno hobbit che spunta all’improvviso. Ieri sono andata a piedi a un villaggio (ovvero: cinque case private, le rovine di una chiesa e una casa-museo senza custode: offerta libera da versare dentro una cassetta di legno), e anche lì pioggia, vento e neve. Ho camminato in mezzo alle pecore e a decine di agnellini, e alla fine di questa overdose di tenerezza ho avuto una crisi mistica e ho deciso che mai e poi mai più mangerò carne di agnello. Spero di non capitare mai nel mezzo di un giardino d’infanzia di maialini da latte, perché una vita senza costine di maiale sarebbe una cosa troppo triste.
Ho girato un po’ per il villaggio, poi fortunatamente sono stata salvata dalla morte per congelamento da una coppia di anziani norvegesi che mi ha offerto un passaggio in macchina fino in città. Meno male che c’è ancora gente che si fida a dare passaggi agli estranei!
Ah una sera ho anche conosciuto un indigeno: un ragazzotto neanche brutto che è venuto ad approcciarmi al tavolo del ristorante di sushi dove stavo cenando. Avevo individuato quel ristorante mentre pianificavo il viaggio, lo scorso febbraio, perché reinventano il sushi in chiave faeroese con pesce locale freschissimo. Chi mi conosce sa benissimo che le chances di attirare la mia attenzione mentre sto mangiando sono esigue. Se poi ti stravacchi sul mio tavolo, mettendoti in mezzo fra me e la birra e mi parli a due centimetri dalla faccia, povero te. Mi ha chiesto l’amicizia su Facebook, e due minuti dopo essere uscito dal ristorante mi ha mandato un messaggio chiedendomi di uscire con lui. Mi sapeva tanto di uno che ci prova con tutte, quindi l’ho subito bloccato. Poi, mentre leggevo la guida, ho scoperto che aveva lo stesso cognome del primo ministro faeroese, e mi piace pensare di aver dato il due di picche al figlio del primo ministro faeroese (in realtà credo fossero solo omonimi, ma io tengo buona la versione romanzata).
Una cosa che ho notato qui, e anche in Islanda, è la presenza frequentissima di carrozzine parcheggiate fuori dalle case e dai negozi, talvolta anche con il neonato dentro: è convinzione diffusa che il freddo faccia bene ai bambini. E poi qua nessuno li ruba, quindi si possono tranquillamente mollare fuori dal bar mentre mamma va a farsi una birretta con le amiche. Ci sono carrozzine ovunque, tipo quella della Corazzata Potëmkin di Fantozzi: a un certo punto mi è venuta la paranoia che fosse sempre la stessa carrozzina che aveva preso a pedinarmi.
Evidentemente la terapia del freddo funziona: gli adulti non lo soffrono per niente, per dirne una il mio vicino di casa in Islanda con 6 gradi stava sulla sdraio in giardino a prendere il sole in mutande. Se lo faccio io, come minimo mi prendo una polmonite, e mi devono scongelare nel microonde.
Comunque, intanto è ora di volare a Copenhagen, sperando di trovare temperature più clementi al mio rientro a casa. Mi riporto indietro un pensiero a cui non riesco a far perdere le mie tracce. Vorrei che smettesse di essere solo un pensiero, ma non è una cosa realizzabile, e per salvarmi faccio l’esatto contrario di quello che vorrei: lo allontano da me. Quindi proseguo per la mia strada.
Ciao Fær Øer, magari torno a trovare anche voi. Cercate di farmi trovare un clima un po’ meno ostile, che io non sono come i bambini faeroesi e islandesi, io sono cresciuta al calduccio e al sole, e con questo freddo mi avete dato del gran filo da torcere. E ciao pecore faeroesi, mi dispiace di aver mangiato i vostri agnellini, prometto che non lo farò più.




